La gestione dei conflitti di potere manifesti e dissimulati nel
counselling di coppia
Prof.
Yvonne Schürer
Un congresso che ha per tema Potere e
dimensione culturale non sarebbe completo senza alcune
considerazioni relative all’ambito del counselling di coppia.
In una relazione di coppia si è
confrontati con due elementi importanti:
-con un’interazione della cultura
femminile e di quella maschile, le quali si amalgamano o
collidono.
-con delle manifestazioni di potere
evidenti o nascoste.
Avendo trentacinque anni d’esperienza di
counselling alle spalle penso di potermi definire un’esperta
delle varie manifestazioni di potere. Proprio come quei cani che
negli aeroporti fiutano la droga anche in valigie apparentemente
non sospette, sono in grado di riconoscere, nella vita
quotidiana dei miei clienti, i conflitti di potere. Grazie a
questa esperienza ho acquisito degli strumenti preziosi per
affrontare la questione.
Vorrei in questa sede presentare un metodo
molto utile all’individuazione delle strategie, più o meno
manifeste, utilizzate dai partner nelle situazioni di conflitto.
Il mio intervento più che portare nuovi
elementi alla questione ripropone i risultati raggiunti dai miei
illustri maestri, da tempo non più in vita: Rudolf Dreikurs,
Bill Pew ed Erik Blumenthal.
Durante tutta la mia carriera professionale mi sono avvalsa
delle loro idee, applicandole a bisogni specifici, nelle
situazioni più diverse; L’esperienza e la conoscenza acquisite
mi hanno permesso di sviluppare un metodo personale, che spero
possa servire ai colleghi che lavorano con le coppie.
Il counselling di coppia, come tutti sappiamo, è un compito
tutt’altro che facile per diversi motivi. Una delle difficoltà
maggiori che s’incontrano in questo ambito è il comportamento
ambivalente dei clienti: essi desiderano da un lato salvare la
loro relazione, ma dall’altro vogliono vincere la lotta contro
il proprio partner.
I clienti sono arrivati ad un punto in cui non si sentono più
compresi dal proprio partner e hanno la sensazione che la vita
in comune abbia perso la qualità di un tempo. Sognavano un
matrimonio, una relazione diversa. Si sentono feriti, delusi,
attraversano una fase molto difficile.
Coloro che si rivolgo a un counsellor per problemi di coppia
sono dunque come due „guerrieri“ scoraggiati, originariamente
mossi dalle migliori intenzioni ma che si ritrovano in una
situazione sempre più difficile, che non riescono più a gestire,
fatta di problemi e di malintesi.
Il nostro compito è dunque, nella maggior parte dei casi, quello
di contribuire a fare chiarezza in una situazione confusa.
Nella risoluzione dei problemi è di centrale importanza, secondo
Rudolf Dreikurs,
‘riconoscere il fine che si nasconde dietro ai conflitti.’
Per questo motivo nel corso del counselling aiuto i miei clienti
ad avere una visione d’insieme della situazione, utile a
osservare i conflitti con una certa distanza.
Un primo, importante passo è dunque quello d’imparare a
osservare ciò che sta succedendo.
I clienti hanno, naturalmente, un loro bagaglio d’osservazioni
che sono ben disposti a comunicare al loro counsellor.
Il nostro lavoro è paragonabile ad un gioco enigmistico. Ci
troviamo davanti due immagini apparentemente simili, in cui
bisogna tuttavia trovare le differenze, tutte le differenze.
Dreikurs paragona le informazioni ricevute dai singoli partner
alle parti di una pièce teatrale. Ognuno dei nostri clienti è in
grado di raccontare solo una parte dell’accaduto, ossia ciò che
il partner ha fatto e ha detto, ma non si ricorda della propria.
Una moglie mi racconta:
Improvvisamente piombò in cucina e urlò: „Vuoi smetterla di
chiacchierare con tua madre e metterti a preparare le valigie?“.
Io tentai di ignorare il suo tono aggressivo, ma lui continuò:
„Ti avverto: se non sei pronta per tempo ti lascio a casa. Io
tra mezz’ora parto.“
Il marito mi fornisce la seguente versione:
Avevo già aspettato a lungo. Non volevo intromettermi, mia
moglie e mia suocera erano talmente intente a parlare. Ma era
necessario ricordarle che dovevamo prendere l’aereo. Mia moglie
mi ignorò completamente, faceva finta che non esistessi.
Sospirò, scosse la testa e riprese a parlare con sua madre a
voce bassa. Allorà uscii, aspettai dieci minuti. Alla fine non
ce la facevo più e le diedi un secondo avvertimento. Lei disse
con voce glaciale: „Sarò pronta per tempo, fatti gli affari
tuoi. Non vedi che sto parlando con mia madre?“.
Come analizzare l’accaduto quando la percezione delle parti
coinvolte è così tendenziosa?
Entrambi affermano di essere vittima del comportamento
aggressivo del proprio partner e sono convinti di essersi
comportati in maniera appropriata.
Potremmo concludere che entrambi cerchino di mascherare i fatti,
e che sarebbe nostro compito giungere a una visione più
obbiettiva dell’accaduto, cercando una versione che costituisca
una via di mezzo tra quelle proposte.
Questa sarebbe tuttavia una strategia sbagliata. Dobbiamo
osservare ciò che sta succedendo, ma soprattutto considerare i
due racconti separatamente, senza confrontarli tra loro. È alla
dinamica interna, è all’intimo e delicato lavoro della psiche
della persona che sta raccontando che dobbiamo rivolgere tutta
la nostra attenzione.
Anche in quei casi in cui c’è stata violenza fisica i fatti sono
di secondaria importanza per il nostro lavoro. Dobbiamo
concentrarci sull’esperienza personale della vittima, sui
sentimenti che ha provato, sul modo in cui ha gestito
l’accaduto.
C’è solo un modo per trovare una base di comprensione comune,
ossia dare a entrambi i partner lo spazio necessario per
raccontare la propria storia senza paura di venir interrotti.
Non importa quanto ognuno travisi i cosiddetti „fatti“, il
partner non deve intervenire, né verbalmente né attraverso una
comunicazione non verbale.
È qui comincia la parte difficile di un counselling: indurre
entrambi i partner ad ascoltare attentamente ciò che l’altro ha
da raccontare, il che comporta l’essere disponibili ad ascoltare
la versione dei fatti spiacevoli provocati e ad accogliere i
sentimenti di chi narra, provati durante il litigio.
Devo ammettere che non si tratta di un compito facile, e delle
volte il fine prefissato non viene raggiunto.
Ma in caso di successo, quando i clienti riescono a mettersi
l’uno al posto dell’altro, quando, come afferma Adler, essi
riescono a
“vedere con gli occhi dell’altro”
“ascoltare con le orecchie dell’altro”
“sentire con il cuore dell’altro”
quando essi riescono a riattivare il senso di solidarietà e
di amore, in questo momento, e solo in questo momento, si
può intraprendere il passo successivo verso la risoluzione del
conflitto, che consiste nel capire ciò che sta succedendo.
I clienti devono essere a questo punto in grado
d’individuare
il fine che si nasconde dietro ai loro conflitti.
In questo ambito il counsellor può essere di grande aiuto alla
coppia. Egli è infatti avvantaggiato grazie alle conoscenze che
possiede. Avvalendosi di modelli psicologici, come quello
sviluppato da Adler ad esempio, egli è in grado di formulare
un’ipotesi professionale sulle dinamiche negative in atto nella
relazione di coppia.
In che modo il counsellor può trasmettere ai clienti la propria
visione della situazione, le proprie supposizioni?
Credo che a molti di voi sia nota la tecnica che consiste
nell’applicazione della metafora del gioco del pingpong alla
situazione in cui si assiste a una lotta di potere all’interno
di una coppia.
Personalmente ritengo questo tipo di visualizzazione, il
cosiddetto effetto pingpong, un approccio estremamente
utile.
A questo scopo ho creato uno schema di facile comprensione e che
costituisce la base del mio lavoro con le coppie in questa fase
del counselling. La rappresentazione grafica è di grande aiuto e
permette alla coppia di meglio comprendere l’andamento dei loro
scontri quotidiani.
Dietro quest’idea vi è il modello di Adler circa l’aspirazione
individuale alla superiorità.
Ai miei clienti, che generalmente non hanno conoscenze
approfondite di psicologia, spiego questo modello con parole
semplici e avvalendomi, come detto, di rappresentazioni
grafiche.
Gli esseri umani hanno una natura sociale e non sopportano
dunque l’esclusione, hanno al contrario bisogno di provare un
senso di appartenenza rispetto al mondo che li circonda.
Il benessere di un essere umano è legato alla convinzione di far
parte di qualcosa e di venire trattato in modo equo. Quando
questa condizione è presente, un individuo si comporta in modo
cortese e cooperativo.
Tuttavia, quando egli ha l’impressione di essere in una
posizione d’inferiorità rispetto agli altri, comincia
immediatamente a rivolgere tutta la propria concentrazione su se
stesso, tentando di „risalire“ con forza per superare il senso
d’inferiorità e raggiungere la posizione in cui gli è possibile
riguadagnare la sensazione, andata perduta, di appartenenza e di
valore personale
Non appena avverte un senso d’esclusione l’individuo sviluppa
dei sentimenti negativi, che lo inducono a compensare la
situazione indesiderata. Si mette dunque in atto il meccanismo
della lotta per il raggiungimento di una posizione favorevole.
Purtroppo, gli individui raramente arrivano a riappropriarsi del
sentimento di appartenenza. Essi tentano esasperatamente di
riguadagnare una posizione di equivalenza, esagerando la loro
lotta per il raggiungimento di una superiorità nei confronti
degli altri.
Nell’ambito di una relazione di coppia questo modello è
applicabile a entrambi i partner.
Fino a quando essi hanno l’impressione di essere equivalenti, un
counselling non risulta necessario.
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I problemi iniziano nel momento in cui uno dei due si sente
inferiore. La/il partner si può allora sentire trascurato,
rifiutato, ferito, o avere sentimenti simili. Non importa se
tali sentimenti abbiano un legame con la realtà o se
costituiscano della mera finzione, sono le emozioni che contano.
La convinzione radicata d’inferiorità si manifesta attraverso
forti emozioni negative: odio, vergogna, paura o isolamento.
Queste emozioni sono un segnale d’allarme e inducono chi le
prova a comportamenti spiacevoli. Un rapporto cortese e armonico
risulta in questo momento assai improbabile.
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Questo è, in generale, il momento in cui uno dei due partner
cade nella tentazione di usare il potere come arma.
All’interno di una coppia, il modo più facile per farlo è quello
di condurre il proprio partner in una situazione d’inferiorità.
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Indipendentemente dal modo in cui egli fa sentire il proprio
potere al partner -usando parole spiacevoli, la violenza, il
silenzio, rifiutando di cooperare o attraverso il rifiuto sul
piano sessuale - il risultato è sempre lo stesso: la persona a
cui è rivolta tale arma si sente incompresa e ferita, e a sua
volta prova un senso d’inferiorità; si avvale dunque di tutte le
energie che ha a disposizione per superare questa situazione.
È come nel gioco del pingpong: ogni attacco provoca un
contrattacco. Si arriva dunque a un crescendo continuo
dell’aggressività, ad una lotta di potere, che può continuare
all’infinito.
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In questo modo spiego ai miei clienti l’origine delle lotte di
potere dal punto di vista della Psicologia Individuale.
In seguito inizio a lavorare con la rappresentazione schematica
dell’effetto pingpong. Per spiegarvi il modo in cui procedo
vorrei ritornare all’esempio menzionato prima, circa il litigio
di una coppia sposata in procinto di recarsi all’aeroporto. Come
feci nel mio studio, esamino ora la versione della moglie,
riportata per prima, in quanto fu proprio lei a tematizzare il
problema. Nello schema dell’effetto pingpong fui in grado
insieme ai miei clienti d’indicare i punti alti e bassi del
conflitto in base ai sentimenti da loro riportati.
La moglie affermò:
Improvvisamente piombò in cucina e urlò: “Vuoi smetterla di
chiacchierare con tua madre e metterti a preparare le valigie?”
Quando le chiesi come si era sentita in quel momento, disse:
Ero irritata e arrabbiata. Era importante per me, prima della
partenza, instaurare con mia madre un momento d’intimità e di
complicità. Mio marito si comportò come un selvaggio, il che mi
mise in imbarazzo. La sua sgarbatezza era totalmente fuori luogo
visti i modi gentili di mia madre.
(Punto basso)
Seconda affermazione della moglie:
Io tentai di ignorare il suo tono aggressivo, ma lui continuò:
“Ti avverto: se non sei pronta per tempo ti lascio a casa. Io
tra mezz’ora parto”.
A questo punto ero fuori di me e dovetti usare tutto il mio
l’autocontrollo per tenere la bocca chiusa. Non sapevo cosa
fare, ero alla sua mercé. Aveva lui le chiavi della macchina, il
mio biglietto e il passaporto, ero a mani vuote.
(Punto più basso)
L’affermazione ci induce a pensare che la moglie fosse in
costante posizione d’inferiorità e che il marito avesse il
controllo.
Ci dobbiamo allora chiedere: dove sono i punti alti secondo lo
schema pingpong?
In che modo la moglie ha posto rimedio al suo senso
d’inferiorità?
In che modo si è difesa? Che cosa ha provato? In che modo ha
tentato di mantenere la propria autostima? In che modo, a sua
volta, è giunta ad un comportamento spiacevole?
La mia cliente non si espresse a questo proposito, e
probabilmente non sarebbe stata in grado di farlo.
Io, come suo counsellor, potei avvertire che ad un certo punto
la mia cliente si sentì superiore al marito. Comunque lei non mi
permise di approfondire l’argomento, quando tentai di entrare in
materia non sembrò nemmeno capire ciò di cui stavo parlando.
Più tardi, grazie a numerose ore di counselling la mia cliente
imparò a osservare il proprio comportamento sotto una luce
diversa, ad avere un occhio critico verso se stessa,
distanziandosi dall’atteggiamento della vittima indifesa.
Comprese quanto questo potesse essere fonte di aggressività
passiva e il potere devastante della sua superiorità morale.
(Fu in grado lei stessa di individuare i propri punti alti)
Fu comunque necessario molto esercizio e incoraggiamento prima
di arrivare a questo punto.
Esaminiamo ora la versione del marito:
Avevo già aspettato a lungo. Non volevo intromettermi, mia
moglie e mia suocera erano talmente intente a parlare.
I miei sentimenti: ero sempre più teso e nervoso. Mi sentii
trattato ingiustamente.
(Punto basso)
Ma era necessario ricordarle che dovevamo prendere l’aereo.
(Punto alto: considera il suo comportamento un comportamento
responsabile, appropriato alla situazione)
Mia moglie mi ignorò completamente, faceva finta che non
esistessi. Sospirò, scosse la testa e riprese a parlare con sua
madre a voce bassa.
Mi sentii rifiutato, trattato senza rispetto, come se non
contassi per lei.
(Punto basso)
Uscii, aspettai dieci minuti.
Ero sempre più nervoso e molto arrabbiato.
(Punto basso)
Alla fine non ce la facevo più e le diedi un secondo
avvertimento.
Era mio compito farle presente che avevamo poco tempo. Avrebbe
dovuto essermi riconoscente per il mio comportamento
responsabile.
(Punto alto: si sentì in diritto d’intromettersi)
Lei disse con voce glaciale: „Sarò pronta per tempo, fatti gli
affari tuoi. Non vedi che sto parlando con mia madre?“.
Mi sentii umiliato, come un bambino che viene ripreso dalla
maestra, non sapevo più cosa fare.
(Punto più basso)
Possiamo ora unire le due versioni: queste coincidono come i
pezzi di un puzzle. Otteniamo dunque il quadro completo dello
scontro di questa coppia.
Grazie alla tecnica di visualizzazione del conflitto e alla
metafora del gioco del pingpong, la coppia può imparare a
osservare la situazione con una certa distanza:
In
primo luogo,
essa prende coscienza del suo coinvolgimento in una lotta in cui
non ci sono né vittime né carnefici.
In secondo luogo,
si accorge che i fatti sono irrilevanti e che dietro ai
conflitti c’è il desiderio di esercitare potere sull’altro e di
dominare.
In terzo luogo,
comprende di essere intrappolata in una lotta infinita che
nessuno dei due può vincere.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, questo metodo non
scoraggia i clienti, essi imparano a ridere dei giochi in cui
sono coinvolti.
Nel momento in cui devono ascoltare ciò che l’altro ha da dire
essi si calmano, si sentono più rilassati e distesi rispetto
alle prime sedute. La certezza che a loro volta avranno la
possibilità di presentare la loro versione dei fatti li induce a
evitare l’impulso di difendere se stessi.
Amano confrontarsi con lo schema dell’effetto ping pong, e
spesso mi esortano a ripetere più volte l’esperimento,
riferendomi dei loro numerosi conflitti.
Hanno dunque imparato a riconoscere il proprio ruolo nel
conflitto senza rimorsi né senso d’imbarazzo.
Raggiunto questo traguardo, possono avvenire dei cambiamenti
essenziali.
Passo quindi ancora una volta in rassegna con i miei clienti le
versioni che mi hanno raccontato e chiedo ad entrambi: „come
avreste potuto comportarvi diversamente, per rendere la vita
meno difficile al vostro partner?“
Inizialmente nessun cliente è in grado di rispondere a questa
domanda, ma affermano piuttosto: „per quale motivo avrei dovuto
aiutarlo visto il suo comportamento fuori luogo?“
Ma dal momento che comprendono la sofferenza provocata durante
il conflitto, iniziano a riflettere su come si sarebbero potuti
comportare diversamente.
Il cliente di cui ho riportato il caso, per dimostrare di essere
un buon marito, avrebbe potuto affermare: potevo aspettare
pazientemente che mia moglie terminasse di parlare con sua
madre.
A questo punto del counselling sono in possesso di qualche
indizio sul suo stile di vita, conosco ad esempio il suo bisogno
di controllo e l’agitazione che gli provoca il fatto di non
avere la sicurezza di arrivare in tempo all’aeroporto.
Ritengo dunque necessario esortarlo a prestare attenzione ai
propri bisogni, a non trascurarli.
Per quanto riguarda il caso della moglie, penso che
un’affermazione del tipo:„avrei potuto smettere di parlare con
mia madre quando mio marito entrò in cucina“, sarebbe stata poco
positiva. Una reazione simile l’avrebbe resa insoddisfatta,
l’avrebbe indotta a un comportamento poco gentile nei confronti
della madre.
Secondo Rudolf Dreikurs, un principio importante al fine della
risoluzione dei conflitti è quello:
”non litigare e non cedere”.
Detto in altre parole: i clienti devono imparare ad agire in
modo tale da non negare i propri bisogni.
Quando un counselling procede con successo, dopo un paio di mesi
i clienti sono di solito in grado di reagire nella situazione
presentata come segue:
Il marito bussa alla porta della cucina e dice: „Mi spiace dover
disturbare la vostra conversazione ma tra non molto sarebbe il
caso di partire“.
La moglie risponde:“Grazie di avermelo ricordato, sono pronta in
un attimo“.
Ciò significa: i clienti imparano a cooperare e a comunicare in
modo appropriato; prestano attenzione ai propri sentimenti e
rispettano quelli del partner.
Ho voluto mostrare come, attraverso un dialogo strutturato, ma
comunque flessibile, condotto durante il counselling sia
possibile facilitare e promuovere la percezione e la
comprensione reciproca, in una coppia che attraversa momenti di
conflitto